La buona novella è uno dei Poemi conviviali di Giovanni Pascoli. Fu pubblicato su "L'illustrazione italiana" in due momenti diversi: La Natività (che poi diventerà la prima parte del poema, In Oriente, quella di cui ci occupiamo qui) il 24 dicembre 1899; L'annunzio in Roma (che poi diventerà la seconda parte, In Occidente) il 30 dicembre 1900. Sembra che questi due componimenti dovessero far parte di un Piccolo Vangelo, che avrebbe fatto da collegamento tra i Poemi conviviali e i Poemata christiana.
La prima parte, In Oriente, è a sua volta suddivisa in quattro momenti. S'inizia con una focalizzazione sui pastori, simbolo di un'umanità che vive e soffre senza sapere il perché.
I
Si vegliava sui monti. Erano pochi
pastori che vegliavano sui monti
di Giuda. Quasi spenti erano i fuochi.
Altri alle tombe mute, altri alle fonti
garrule, presso. Il plenilunio bianco
battea dai cieli sopra le lor fronti.
Ognun guardava ai cieli, come stanco,
stanco nel cuore; ognuno avea vicino
il dolce uguale ruminar del branco.
Sono in pochi a vegliare, ci dice Pascoli. Pochi uomini riescono a restare desti di fronte alla vita, a tenere desta dentro di sé l'attesa. I cuori (i fuochi) sono quasi spenti. E' un'umanità sfinita, estenuata, ma ancora vigile. Alcuni hanno ancora il coraggio di stare di fronte alla morte (ma le tombe sono mute, non c'è risposta); altri cercano di abbeverarsi a fonti che però sono "garrule", effimere, inconsistenti, illusorie. Sembra che nella vita non ci sia spazio che per l'illusione e l'incomprensibile morte. Guardano il cielo, il luogo del divino, ma con la stanchezza di chi ha il presentimento di non trovare quello che cerca. E vivono fianco a fianco con la greggia, col branco che rumina e si accontenta, simbolo di un'altra umanità, quella che dorme beata e indifferente ("il dolce uguale ruminar del branco" è un verso eccezionale, che col suo ritmo, dato dagli accenti, ci fa sentire la noia e la ripetitività animalesca del gesto).
Sostava sino all'alba del mattino
il cuor del gregge, sazio di mentastri;
ma il cuore de' pastori era in cammino
sempre; ch'erano erranti come gli astri,
essi: avean la bisaccia irta di peli
al collo, e tra i ginocchi i lor vincastri,
e cinti i lombi, e nella mano steli
d'issopo. E alcuno, come è lor costume,
cantava, fiso, come stanco, ai cieli.
E il canto, sotto i cieli arsi dal lume,
a piè dell'universo, era sommesso,
era non più che un pigolìo d'implume
caduto, sotto il suo grande cipresso.
E' notte, e le pecore dormono. Loro possono "sostare", addormentarsi inconsapevoli. Ma i pastori no, chè il loro cuore è "sempre in cammino". Qui è evidente l'eco del pastore errante di Leopardi, con quel canto che improvviso si leva, "stanco" (e questo è tipicamente pascoliano), verso i cieli. Laddove il pastore di Leopardi era romanticamente e quasi eroicamente teso a sfidare il destino, qui non c'è più forza, né ribellione: davanti alla grandezza del cosmo, ai "piedi dell'universo", l'uomo non è più che un uccellino caduto da un alto cipresso, che emette solo un tenue pigolio. Pascoli ci dice due cose molto vere: ci vuole un cuore "sempre in cammino", che non si addormenta sulle provviste fatte, e una disponibilità a riconoscersi piccoli di fronte al mistero della vita.
II
Maath cantava: - O tu che mai non poni
il tuo vincastro, e che pari nell'alto
le taciturne costellazïoni,
Dio! che la nostra vita cader d'alto
fai, come pietra, dalla tua gran fionda...
la pietra cade sopra il Mar d'asfalto.
Pietra ch'è nel Mar morto e non affonda,
la vita! Cosa grave che galleggia,
e va e va dove la porta l'onda!
O Dio, noi siamo come questa greggia
che va e va, né posso dir che arrivi,
nemmen se giunga al pozzo della reggia! -
Ora Pascoli ci fa sentire il canto dei suoi pastori. Il primo si chiama Maath e si rivolge direttamente a Dio, al Mistero. C'è nelle sue parole lo scoramento di un'esistenza che non riesce a trovare il proprio significato. L'uomo viene "scagliato" nella vita come un sasso che una fionda lancia contro un mare d'asfalto. Non c'è senso, non c'è direzione, c'è solo un andare "portati dall'onda". Perché venire al mondo? Perché continuare a vivere? Perché questo vagare? Dove si va? Si arriverà mai a qualcosa? C'è una "reggia" ad attenderci, o anche solo il "pozzo della reggia" (basterebbe anche quello)? E' una stanca richiesta di significato. Forse ci sarà stato un tempo in cui il pastore ha bussato con forza alle porte del Mistero. Ma non è giunta risposta e il vigore della domanda si è affievolito. Di nuovo, notiamo che non c'è ribellione, non c'è bestemmia. Non è un Prometeo incatenato questo pastore. La domanda persiste, ma è solo "un pigolìo d'implume", un lamento fatto sottovoce.
Addì cantava: - Tu, sola tu, vivi,
o greggia, che non mai dalle tue strade
vedi la Morte ferma là nei trivi.
Vedo qualche smarrito astro che cade:
muore anche l'astro. Ma tu, pago il cuore,
stai ruminando sotto le rugiade.
O greggia, solo chi non sa, non muore!
Tu non odi l'abisso che rimbomba
presso il tuo dente, e strappi lieta il fiore
del loto eterno ai sassi della tomba.
Addì, l'altro pastore, si rivolge invece direttamente al gregge, agli animali o, se si vuole, all'umanità che vive tranquilla e indifferente (gli "uomini impagliati", gli "uomini vuoti", direbbe Eliot) che vive come le bestie: ha il ventre sazio e questo le basta. E' un dormire nella dimenticanza senza percepire l'orrore e l'assurdità della condizione umana, il controsenso della morte, sempre presente e incombente sul destino dell'uomo. Come non vedere che tutto è morte intorno? Come non curarsi dell'ombra (per parafrasare Montale) che la canicola stampa su un muro scalcinato? Solo dimenticando, solo drogandosi col "fiore del loto eterno". Questa greggia sembra veramente una potente metafora dell'uomo contemporaneo, "lieto" e inconsapevole, che paradossalmente non si accorge nemmeno di morire, solo perché "non sa". C'è dunque un'umanità che dorme beata nella sua animalità, e un'umanità sveglia, più vera, ma stanca del suo cercare, sfiduciata. Siamo giunti a metà e la situazione è nettamente delineata.
III
E un canto invase allora i cieli: PACE
SOPRA LA TERRA! E i fuochi quasi spenti
arsero, e desta scintillò la brace,
come per improvvisa ala di venti
silenzïosi, e si sentì nei cieli
come il soffio di due grandi battenti.
Ed ecco il compiersi dell'evento della salvezza. Tutta questa terza parte ha un movimento travolgente e roboante, alimentato da visioni cosmiche e potenti. Pascoli si rifà ai Vangeli e rivive personalmente l'annuncio ai pastori. All'inizio è musica, è canto e un annuncio di pace. Tutto si mette in moto, la vita ritorna, così come la speranza. I fuochi (i cuori) tornano ad ardere. Se il cuore rimane in attesa, se non desiste, prima o poi la Grazia ne compie il desiderio. E lo fa con una grandezza che solo la poesia di Pascoli poteva darci (quell'improvvisa "ala di venti", quel "soffio di due grandi battenti" nel cielo, come danno il senso della potenza divina!).
Erano in alto nubi, pari a steli
di giglio, sopra Betlehem; già pronti
erano, in piedi, attoniti ed aneli,
i pastori guardando di sui monti,
e chi presso le tombe, onde una voce
uscìa di culla, e chi presso le fonti,
onde un tumulto scaturìa di foce:
e un angelo era, con le braccia stese,
tra loro, come un'alta esile croce,
bianca; e diceva: «Gioia con voi! Scese
Dio sulla terra.» Ed a ciascuno il cuore
sobbalzò verso il bianco angelo, e prese
via per vedere il Grande che non muore,
come l'agnello che pur va carponi;
il Dio che vive tutto in sé, pastore
di taciturne costellazioni.
Sedici versi, due lunghi periodi, nei quali si accumulano eventi. E' un ritmo incalzante, che trascina, che lascia senza fiato. I pastori scattano in piedi "aneli", desiderosi, in tensione (lo ripetiamo, è questa la posizione che permette all'uomo l'incontro con Dio). Tutto sta cambiando intorno a loro, è una nuova creazione: dalle tombe esce una "voce di culla" (la vita sta trionfando, il Figlio di Dio, che viene nel mondo come un bimbo, sta già vincendo la morte), mentre dalle fonti scaturisce un "tumulto di foce", una piena, uno scroscio potente, che potremmo interpretare come il correlativo oggettivo di una novità vigorosa che riempie i cuori, che sconvolge, che si presenta in tutta la sua assordante evidenza. E poi l'apparizione dell'angelo con il suo annuncio di gioia: Dio è sceso sulla terra, e lo senti, lo percepisci, lo vedi! I cuori dei pastori "sobbalzano" e "prendono via" (la bellezza e la forza degli enjambements di questi versi si sentono solo recitando il brano in modo espressivo). Il "Grande che non muore", il Dio che "vive tutto in sé", il Signore del mondo che si porta in giro le costellazioni come se fossero pecorelle, ora lo si può vedere, incontrare. In tutta questa gloria, in tutto questo fascino, due parole di segno diverso: la croce e l'agnello che rimandano al sacrificio. Ma per ora sono come sommerse, travolte dall'annuncio di gioia.
IV
Mossero: e Betlehem, sotto l'osanna
de' cieli ed il fiorir dell'infinito,
dormiva. E videro, ecco, una capanna.
Ed ai pastori l'accennò col dito
un angelo: una stalla umile e nera,
donde gemeva un filo di vagito.
E d'un figlio dell'uomo era, ma era
quale d'agnello. Esso giacea nel fieno
del presepe, e sua madre, una straniera,
sopra la paglia. Era il suo primo, e il seno
le apriva; e non aveva ella né due
assi: all'albergo alcun le disse: È pieno.
Nella capanna povera le sue
lagrime sorridea sopra il suo nato,
su cui fiatava un asino ed un bue.
Vanno, i pastori, loro che hanno il cuore "sempre in cammino". Intanto la Betlehem degli uomini vuoti dorme, anche sotto lo scroscio dell'Osanna celeste ed "il fiorir dell'infinito" (il Natale è questo infinito che fiorisce, che splende, che si rende visibile). Pascoli non ha remore ad "abbassarsi" alla semplice tradizione del presepio: l'angelo, la capanna povera con la paglia, il bue e l'asinello, le condizioni di disagio e di povertà di Maria, rifiutata dagli albergatori della città. Di nuovo c'è l'associazione bambino-agnello e la conseguente dolorosa ombra del sacrificio cui si sottoporrà, mansueto, il Figlio dell'uomo. Tanto che per uno di quei mirabili ossimori pascoliani, la Madonna "sorride lacrime" sopra suo figlio
- Noi cercavamo Quei che vive... - entrato
disse Maath. Ed ella con un pio
dubbio: - Il mio figlio vive per quel fiato...
- Quei che non muore... - Ed ella: - Il figlio mio
morrà (disse, e piangeva su l'agnello
suo tremebondo) in una croce... - Dio... -
Rispose all'uomo l'Universo: È quello!
Siamo alle ultime battute, dove si svolge un mirabile ed umanissimo dialogo tra i pastori e la Madonna. I pastori hanno appena visto rivoltarsi tutto l'universo, risuonare i cieli, scendere angeli a milioni, parlare le tombe, scrosciare le fonti. Un angelo ha parlato con loro, indicando la via. Ed ora che sono giunti… è tutto qui? Hanno forse sbagliato indirizzo? Non c'è una reggia, non ci sono ricchezze, non ci sono danzatori e servitori. Un bue, un asino, una "straniera" che allatta, in mezzo alla paglia, il suo primogenito. Tutto qui. Sgomento e imbarazzo. Cercavano il Vivente, e c'è un bimbo mezzo nudo che sopravvive, come un comunissimo neonato. Cercavano l'Immortale, e invece anche questo bimbo morirà, su una croce. Maria appare lei per prima disorientata, davanti al Mistero, che ha scelto, per rivelarsi agli uomini, condizioni tanto misere e un destino di dolore. Ma al dubbio dell'uomo risponde l'universo intero, che riconosce il Verbo, Colui attraverso il quale tutto è stato fatto, il suo Creatore. Dio "è quello"; si è mostrato, si è reso visibile, in un tempo, in un modo, in circostanze che Lui stesso ha voluto. C'è solo da accettare e da adorare.
Gianluca Zappa
Federico Guglielmo I, re di Prussia e fondatore del Reich, è l’imperatore di questa nuova nazione. Il cancelliere è Bismarck. Governa il partito Nazional liberale, nato dall’alleanza dell’aristocrazia terriera (Junkers) con il capitalismo industriale.
In politica interna, Bismarck conduce una guerra spietata, tra il 1871 e il 1875, contro lo zentrum, il partito cattolico. La chiamò kulturkampf (battaglia per la civiltà): lo Stato controllava le prediche in chiesa, le scuole cattoliche, l’attività dei vescovi, impediva manifestazioni religiose pubbliche. Si istituisce il matrimonio civile obbligatorio, si cerca di smantellare la realtà ecclesiale. Ma l’offensiva fallisce. Allora Bismarck attacca i socialisti (il cui partito era nato nel 1875). Nel 1878 vara leggi eccezionali, con le quali limita la libertà di stampa, di manifestazione e di associazione. Negli anni tra il 1883-89 vara un sistema assistenziale per i lavoratori (assicurazioni sugli infortuni, invalidità e vecchiaia). E’ un modo per disinnescare le proteste dei socialisti e costituisce uno dei primi esperimenti di stato sociale.
In politica estera l’obiettivo principale è tenere a bada i francesi (sconfitti e umiliati a Sedan nel 1870), ai quali la Germania aveva tolto l’Alsazia e la Lorena. Per questo Bismarck si avvicina ad Austria e Russia in funzione antifrancese. Ma poi c’è uno scontro con i russi per la questione della penisola Balcanica. La Russia viene rimpiazzata dall’Italia (dove c’è Crispi, un ammiratore di Bismarck) nella Triplice Alleanza.
La Germania in questo periodo partecipa alla conquista coloniale in Africa e alla penetrazione commerciale in Cina e Giappone (ricordare il Congresso di Berlino).
Nel 1888 diventa imperatore Federico Guglielmo II, che entra presto in conflitto con Bismarck, il quale è costretto a dimettersi nel 1890. Da quel momento la politica tedesca si fa ancora più aggressiva e imperialista. C’è un corsa agli armamenti, che provocherà tensioni con le altre nazioni (in particolare con l’Inghilterra, quando la Germania deciderà di dotarsi di una grande flotta).
FRANCIA
La nazione esce traumatizzata dalla sconfitta di Sedan, che ha provocato la caduta dell’Impero di Napoleone II, la perdita di territori, una gravissima crisi interna culminata con l’episodio della COMUNE di Parigi, repressa nel sangue nel 1871 (era un governo rivoluzionario di ispirazione comunista, che ha combattuto contro il legittimo governo francese guidato da Thiers e riconosciuto dai tedeschi).
Dopo l’Impero torna la Repubblica (è la Terza), dominata da Jules Ferry che ha ottenuto l’appoggio di commercianti, impiegati, artigiani e piccoli proprietari terrieri. La Repubblica si segnala per alcune misure liberali (più libertà di stampa, istruzione gratuita e obbligatoria, riconoscimento delle associazioni sindacali) e, allo stesso tempo, per una lotta spietata contro la Chiesa cattolica (tra il 1880 e il 1885 vengono espulsi i gesuiti e viene laicizzato il sistema scolastico; si introduce il divorzio) che viene colpita duramente e sospinta verso posizioni difensive e conservatrici. Si registrano anche tentativi di colpi di stato da parte di forze di destra (nel 1882 ci prova il generale Boulanger). C’è un grande sviluppo industriale (la Torre Eiffel viene innalzata in quest’epoca come simbolo di una società in continua espansione) e culturale (la Francia è patria del Simbolismo, dell’Impressionismo, del Naturalismo, del Decadentismo). Ma non si registra lo stesso sviluppo in senso democratico e si fa molto poco per risolvere la questione sociale. I francesi nutrono un sentimento di vendetta nei confronti dei tedeschi (revanscismo). C’è anche un diffuso antisemitismo, che esplode col famoso AFFAIRE DREYFUS (1894). Dreyfus era un ebreo, ufficiale dell’esercito, accusato di spionaggio a favore della Germania. Era innocente (come fu provato nel 1906). Ma in quegli anni la Francia si divise tra due opposte fazioni.
INGHILTERRA
Gli inglesi cominciano a sentire che il loro primato internazionale traballa e guardano in particolare con una certa apprensione alla Germania, che sta diventando una forza industriale, economica e militare. Anche l’Inghilterra intraprende una politica di espansione coloniale ed imperialista. Per quanto riguarda la questione sociale, lo Stato fa qualche legge a favore dei lavoratori, ma non fa abbastanza da impedire che nasca il Labour Party (1906), un partito di sinistra con programma riformista. Resta inoltre viva la questione irlandese.
IMPERO AUSTRO UNGARICO
E’ un impero in declino, umiliato dalla Prussia nel 1866 a Sadowa. La sconfitta, oltre a fargli perdere territori (come il lombardo veneto e le possibilità di egemonia sulla Confederazione Germanica) fa esplodere il gravissimo problema delle nazionalità, in particolare di quella ungherese, tanto che sarà necessario un compromesso (1867) in base al quale gli austriaci riconoscono una certa indipendenza agli ungheresi e l’impero prende il nome di austro-ungarico. Nuovi problemi nasceranno nella penisola balcanica (dove l’impero vorrebbe espandersi), a causa del nazionalismo della Serbia, appoggiata dalla Russia. L’Austria-Ungheria non partecipa all’espansione coloniale, ha un minor sviluppo industriale e commerciale.
RUSSIA
Non c’è sviluppo liberale e democratico, ma solo una anacronistica autocrazia zarista. I russi tengono duramente sottomessi popoli (si assiste alla russificazione dell’Ucraina e della Polonia, cioè l’imposizione della lingua russa e della religione ortodossa). Con lo zar Nicola II c’è un avvio di industrializzazione, realizzata con capitale estero (francese) e l’importante realizzazione della ferrovia transiberiana. Ma l’impero è essenzialmente basato su un’agricoltura arretrata (i contadini sono il 70% della popolazione). nel 1904 il piccolo Giappone sconfigge la grande Russia nella guerra per il possesso della Corea e della Manciuria. Questo provoca un gravissimo contraccolpo al prestigio dello Zar, tanto che nel 1905 abbiamo la prima rivolta. C’è un moto rivoluzionario che richiede la Duma (il parlamento). Lo Zar concede la Duma, ma in seguito si riprenderà tutto il potere. In quegli anni nascono i primi soviet e i partiti politici (quello liberale dei Cadetti e quelli marxisti: il Socialrivoluzionario – dei contadini – e il Socialdemocratico – degli operai). Tra il 1906 e il 1916 il ministro Stolypin realizza un’importante riforma agraria, che fa nascere una nuova classe di proprietari terrieri (i kulaki).
STATI UNITI
E’ un periodo importante per gli USA: in questi anni si compie il loro processo di formazione. Tra il 1861 e il 1865 si combatte una sanguinosa guerra civile (o di secessione) tra Stati del Nord e del Sud (i primi escono vincitori). La questione della schiavitù (se mantenerla o abolirla) è solo un pretesto. In realtà si scontrano due mentalità ed economie diverse. La schiavitù viene abolita (1865) e vengono affermati i diritti dei negri, ma il cammino per la loro emancipazione sarà ancora molto lungo. Regolati i conti all’interno, gli USA si avviano a diventare una potenza mondiale. Tra il 1840 e il 1912 (conquista del New Mexico e dell’Arizona) completano la conquista del West (a spese degli indiani, che vengono massacrati e rinchiusi nelle riserve). Gli americani diventano proprietari di immense distese di terreni coltivabili e la loro agricoltura fa passi da gigante (anche grazie alla meccanizzazione) e, coi suoi prodotti (soprattutto cereali) invade il mercato dell’Europa, mandandone in crisi il settore agricolo. C’è anche una forte crescita industriale, superiore anche a quella di Inghilterra e Germania, favorita anche dall’abbondanza di materie prime (ferro, carbone e poi petrolio). Nel 1903 gli USA controllano la Repubblica di Panamà (e il relativo stretto). L’America si distingue per una continua ricerca di nuovi mercati, in cui piazzare le proprie merci, e per un forte liberismo (lo Stato non si occupa di intervenire in economia e nel sociale). Per molti europei (soprattutto delle regioni orientali e meridionali) l’America diventa una specie di terra promessa, dove andare a far fortuna (è il fenomeno dell’immigrazione, che è fortissima fino al primo conflitto mondiale).
GIAPPONE
Il 1867 è l’anno di una grande trasformazione: si inaugura l’era della dinastia Meiji, con la quale il paese passa improvvisamente da una struttura di tipo feudale a quella di un moderno paese occidentale. Si assiste ad un forte processo di industrializzazione, ma senza rinunciare al passato. Antico, presente e futuro si fondono. Il Giappone si dà un nuovo esercito, diffonde l’istruzione obbligatoria, si dota di un nuovo sistema feudale, di infrastrutture. C’è anche una costituzione e un Parlamento, che però è eletto solo dall’1% della popolazione ed ha scarsissima autorità rispetto al potere dell’Imperatore. In politica estera il Giappone attua una politica imperialista, diretta ad espandersi nella Cina settentrionale (un vecchio impero in crisi) e per questo motivo entra in conflitto con la Russia, che aveva le stesse mire espansionistiche.
All’inizio dell’800 il principio di nazione e di nazionalità (collettività che condivide un patrimonio storico, linguistico e culturale-religioso, e tendenzialmente anche un territorio) si era affermato in quadro di solidarietà tra oppressi. Dopo il 1870, anche come conseguenza della nascita del Reich tedesco, si assiste ad un nazionalismo aggressivo e violento, fondato sull’affermazione della propria superiorità nazionale sulle altre. Il prestigio e l’interesse nazionale contano più d’ogni altra cosa.
Tutti i governi europei di fine Ottocento assumono una politica nazionalista, che è quindi anche colonialista e imperialista (tutti vogliono crearsi un impero). Nascono Stati di tipo autoritario che mettono in atto una politica estera aggressiva (il modello è la Germania di Bismarck), in cui il ceto militare assume sempre più peso e potenza. Anche l’economia comincia ad essere legata alla politica imperialista (si sviluppa l’industria pesante, quella dell’acciaio, che serve a fare le armi), tanto che le Nazioni diventeranno dei veri e propri arsenali.
Il n. produce una forte rivalità tra nazioni. Da una parte abbiamo la Germania, l’Italia e l’Austria, legate nella Triplice Alleanza. Dall’altra, Inghilterra, Francia e Russia, riunite nella Triplice Intesa. All’inizio del secolo l’Italia comincia a dialogare con le potenze dell’Intesa (il cancelliere tedesco Von Bulow ci scherzava su, dicendo che l’Italia era come un’amante “fedele” che ogni tanto concede dei “giri di valzer” agli altri corteggiatori).
L’imperialismo fa sì che l’84 % del territorio mondiale venga spartito tra le varie potenze.
A questa politica aggressiva spinse anche la Grande Depressione economica degli anni 1873-1896. I vari Stati attuarono politiche protezioniste, quindi si chiusero sempre di più per proteggersi dalla concorrenza degli altri paesi. Non essendoci più un libero scambio di merci, il colonialismo appariva come una soluzione, in quanto consentiva di trovare nuove risorse e materie prime e di allargare il mercato che poteva assorbire i prodotti delle industrie della madrepatria.
In Italia, nei primi del Novecento, fioriscono delle riviste che propagano gli ideali nazionalisti: “Il Leonardo” (fondata da Papini e Prezzolini nel 1903); “Il Regno” (fondata da Corradini nel 1903); “Lacerba” (fondata da Papini nel 1904); “La voce” (fondata da Prezzolini nel 1908).
In quegli anni anche molti altri letterati sono sulle posizioni del nazionalismo. Fu molto forte, in questo senso, l’influenza di Gabriele D’Annunzio e di Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del Futurismo, un movimento d’avanguardia che fu nazionalista in politica.
Nel 1910 i nazionalisti italiani si danno una struttura stabile, con l’Associazione nazionalistica, fondata da Corradini.
Saranno loro che spingeranno Giolitti alla conquista della Libia. E saranno ancora loro che spingeranno il Governo italiano ad entrare, nel 1915, in guerra contro l’Austria. Dopo la guerra mondiale diffonderanno il mito della “vittoria mutilata”. La maggior parte dei nazionalisti, poi, dopo l’avvento di Mussolini, diventeranno sostenitori del fascismo.
In Germania il nazionalismo mirerà a cancellare l’onta della sconfitta nella Guerra mondiale e a rivedere il Trattato di Versailles.
Sono ideologie nazionaliste anche il PANSLAVISMO della Serbia (nella penisola balcanica esploderanno i vari nazionalismi) e il PANGERMANESIMO tedesco.
IDEOLOGIA NAZIONALISTA
Lo Stato forte è quello che ha un Impero (politica di potenza e di competizione tra nazioni);
Si pone l’accento sulle differenze di razza e cultura;
Mito della razza;
Esaltazione della guerra e di un uomo “forte”;
Uso politico della violenza (bisogna eliminare il nemico). La lotta politica si fa sempre più violenta e dominata dall’ideologia.
LO STATO BORGHESE-LIBERALE
E’ uno Stato in cui:
la classe dominante è la BORGHESIA (che esprime un’ideologia liberale), che usa lo Stato e i suoi apparati come strumenti per esercitare il potere (parlamentarismo è un termine negativo: significa che i parlamenti sono nelle mani di ristretti gruppi di potere economico);
la filosofia prevalente è quella del POSITIVISMO (Auguste Comte, il padre di questa filosofia, ritiene che quest’epoca, cioè quella dell’industrializzazione, sia il punto massimo d’arrivo del progresso della storia);
è anche l’epoca della SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE: si registra ovunque un balzo in avanti dell’industria e una trasformazione delle città e delle infrastrutture, oltre che un’ulteriore rivoluzione delle abitudini e dei costumi (basta solo pensare alle novità introdotte nei trasporti – ad es. lo sviluppo delle ferrovie – e la diffusione dell’elettricità);
al notevole progresso economico non fa però riscontro un uguale progresso democratico. Lo Stato sociale fa una vera e propria lotta contro le “forze antisistema” (soprattutto cattolici e socialisti), fa pochissimo per affrontare i problemi della QUESTIONE SOCIALE e, soprattutto, è fondato su una base elettorale estremamente esigua. Si registra dunque una forte differenza fra PAESE LEGALE (gli uomini politici che stanno al Governo e al parlamento, e che sono eletti da percentuali minime di privilegiati) e PAESE REALE (la nazione vera e propria, cioè la stragrande maggioranza dei cittadini, che non possono votare e che quindi non hanno nessun potere). Insomma, nello Stato liberale pochi ricchi e potenti decidono per tutti.
LA SITUAZIONE DEL SUFFRAGIO NEI VARI PAESI
La prima nazione a concedere il suffragio universale maschile fu la Francia nel 1848 (ma si trattava sempre di un suffragio censitario, quindi potevano votare solo i più ricchi).
In Germania già nel 1871 (anno di nascita del Reich) venne concesso il suffragio universale (ma c’erano tre diverse classi di censo, per cui il voto dei ricchi contava più di quello degli altri; quindi ben 2/3 dei deputati venivano eletti dal 15% della popolazione, il voto non era segreto e il Re aveva più poteri del Parlamento).
In Italia, al momento della costituzione del Regno (1860), votava solo il 2% della popolazione (!). Alla fine del secolo l’elettorato era leggermente aumentato (8%). Per più di cinquant’anni il Regno è andato avanti con queste percentuali ridicole. Bisogna aspettare Giovanni Giolitti (1912) per avere un allargamento del suffragio a tutti i maggiorenni maschi e istruiti (il 23% della popolazione).
In Inghilterra, nonostante una riforma negli anni 1884/85, il suffragio resta ristretto da criteri di censo e da altri criteri (ad es. non potevano votare i figli, anche adulti, che vivevano sotto lo stesso tetto dei genitori).
Il SUFFRAGIO UNIVERSALE è una richiesta propria del movimento democratico, che ha come obiettivo quello dell’uguaglianza dei diritti politici. Si realizzerà veramente solo dopo la I Guerra mondiale (maschile) e dopo la II (femminile). Fino al 1914, anche se si parla di suffragio universale, bisogna ricordare che è un sistema sempre basato sul censo.
Austria – 1907 (uomini) 1918 (donne)
Francia – 1852 (u.) 1945 (d.)
Germania – 1871 (u.) 1919 (d.)
Gran Bretagna – 1918 (u.) 1928 (d.)
Italia – 1918 (u.) 1945 (d.)
Russia – 1917 (uomini e donne)
Spagna – 1890 (u.) 1930 (d.)
GLOSSARIO
STATO LIBERALE – sistema politico caratterizzato da una COSTITUZIONE, da ISTITUZIONI RAPPRESENTATIVE elette a suffragio censitario e dal non intervento dello Stato in campo economico e sociale (idea liberista, vedi sotto).
STATO LIBERAL DEMOCRATICO – Rispetto allo Stato liberale, c’è in più il suffragio universale e un intervento più o meno diffuso in economia e nel sociale, per bilanciare le condizioni di partenza degli individui, pur nel rispetto dell’economia di mercato. Un’ulteriore evoluzione si avrà col WELFARE STATE (nato in America dopo la crisi del 1929), cioè uno Stato che aumenta la spesa pubblica (i fondi destinati alla sanità, alle pensioni, all’istruzione) e che intraprende grandi opere pubbliche per impiegare i disoccupati.
STATO TOTALITARIO – Tipo di Stato nato nel Novecento e caratterizzato principalmente da:
un’ideologia ufficiale di tipo utopico;
un unico partito che si sovrappone allo Stato e diffonde capillarmente la propria ideologia;
un apparato di polizia che perseguita e controlla gli oppositori e le minoranze.
CAPITALISMO – Sistema economico caratterizzato dalla divisione tra capitale e lavoro, dall’esistenza del libero mercato e dalla ricerca, da parte degli operatori economici, del massimo profitto.
LIBERISMO – Corrente di pensiero economico che vuole la piena libertà d’azione degli individui nei rapporti economici e la non interferenza da parte dello Stato. I liberisti credono che gli interessi individuali e l’interesse generale della società concordino e si armonizzino da soli. A patto di lasciare il mercato libero, senza che lo Stato intervenga a turbare il gioco della libera concorrenza.
1754. Il filosofo David Hume sostiene che: “Non è mai esistita una nazione civilizzata che non fosse bianca: sono portato a sospettare che i negri, e in genere tutte le altre specie umane, siano per natura inferiori ai bianchi”.
1775. Il tedesco Gaspar Lavater pubblica i “Frammenti di fisiognomica” e cerca di classificare lke fisionomie nazionali.
1796. Franz Joseph Gall inventa la “frenologia” (il carattere di una persona dipende dalla conformazione della testa).
1853. Il conte Arthur De Gobineau pubblica il “Saggio sull'ineguaglianza delle razze”. Sostiene che “la potenza e il prestigio di un popolo, le sue creazioni spirituali, la sua ascesa e il suo tramonto sono strettamente legate al suo elemento razziale”. E ancora: “La varietà nera è la più meschina, e giace agli ultimi gradini della scala. Il carattere animalesco visibile nella forma del bacino le impone il suo destino fin dal momento della concezione. Essa non si allontanerà mai dal livello intellettuale più basso”.
1905. Francis Galton, cugino di Darwin, fonda l'Eugenica. E' preoccupato di migliorare la razza britannica e pensa a misure di “igiene sociale”.
1866. Nel Tennessee viene fondato il Ku Klux Klan. Nel suo Manifesto costitutivo si legge: “Quanto più una razza si avvicina a quella nero-africana, tanto più facilmente lo stampo dell'inferiorità è impresso nei suoi figli, condannandolo irrevocabilmente ad un'eterna imperfezione e degradazione. L'America è stata fondata dalla Razza Bianca e per la Razza Bianca, e ogni sforzo di passare il potere alla razza nera è una patente violazione della Costituzione e della volontà divina”.
1899. Houston Stewart Chamberlain sostiene che “gli Arii indoeuropei costituiscono certamente una famiglia. Superiori di corpo e di anima agli altri uomini, secondo diritto essi sono i signori della terra”..
1907. Stati Uniti. 31 Stati adottano leggi contro la contaminazione delle razze, restrizioni sull'immigrazione e programmi di sterilizzazione coatta.
1930. Alfred Rosemberg pubblica “Il Mito del XX secolo”. Sostiene che “Oggi si desta una nuova fede: il mito del sangue, la credenze che col sangue viene difesa, in genere, anche l'essenza divina dell'uomo. Ed è una fede unita alla più chiara coscienza, che il sangue nordico costituisce un mistero, il quale ha sostituito e superato gli antichi sacramenti”.
Nell’Ottocento il c. si sviluppò enormemente a partire dal 1880. Fino ad allora gli imperi coloniali più estesi erano stati quello francese e quello inglese, mentre quello spagnolo-portoghese si era sfaldato all’inizio del secolo. Tra il 1880 e il 1914, motivi di potenza legati allo sviluppo del capitalismo e del protezionismo spinsero grandi e medie potenze ad occupare il maggior numero possibile di territori.
In Africa, alla vigilia della I Guerra mondiale, solo la Liberia e l’Etiopia erano ancora indipendenti. Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Russia e anche Spagna e Portogallo si aggiungono a Francia e Inghilterra. L’Impero asburgico restò tagliato fuori dalla competizione.
Al di fuori dell’Europa, il Giappone si espande in Cina. Gli USA (che nel 1903 acquistano il controllo dello stretto di Panama) nell’ America centro-meridionale.
In ogni caso il c. fu espressione tipica degli Stati europei, che produssero un vero e proprio imperialismo coloniale al fine di controllare ampie aeree geografiche da riservare alla raccolta di materie prime e di forza lavoro a basso costo e alla penetrazione dei propri prodotti.
Il dominio coloniale si attuava in due modi diversi:
controllo diretto (si parla allora di colonie vere e proprie, completamente in mano alla madrepatria, cioè al Paese colonizzatore);
controllo indiretto (si attua o istituendo protettorati, cioè governi locali influenzati dalla madrepatria, o attraverso una penetrazione di tipo economico: monopolio dei mercati e dei commerci).
Quale ideologia giustificava il c.?
serviva ad offrire lavoro e terra ai propri cittadini, altrimenti costretti ad emigrare in altri paesi (è il mito italiano della “nazione proletaria”);
si voleva mantenere il prestigio nazionale, non essere da meno rispetto alle altre potenze europee che già avevano l’impero coloniale;
c’era da svolgere una “missione civilizzatrice” che era propria dell’uomo bianco. Si afferma cioè l’idea che il progresso (intellettuale, scientifico ed economico) è un’esclusiva dei bianchi. Gli altri non ci possono arrivare a causa di una differenza biologica che li rende esseri inferiori. La teoria monogenetica (che prevedeva un unico progenitore dal quale poi erano nate le differenti razze umane a causa dell’influenza dei vari ambienti) viene sostituita da quella poligenetica (secondo la quale ci sono stati più progenitori che hanno dato luogo alle diverse razze). Mentre la prima ritiene che le differenze siano reversibili (basta modificare le condizioni ambientali o culturali), la teoria poligenetica crede che esse siano invece irreversibili, quindi che tra le razze vi siano differenze profonde e immodificabili. Ne consegue un principio di gerarchia: vi sono razze superiori e razze inferiori. Nella piramide dell’evoluzione i bianchi sono al vertice (sono il massimo grado), mentre i negri sono al gradino più basso, quello vicino alle scimmie. La razza bianca è dunque quella superiore, che ha la missione di civilizzare tutte le altre (le quali, comunque, non possono arrivare più in là di un certo livello. Per cui, si sostiene, è inutile educare un negro, gli si fa solo del male, in quanto egli è fatto per i lavori pesanti, come gli animali). La teoria evoluzionistica di Darwin (nel 1855 era uscito il suo saggio The origin of species) viene applicata alla società (si parla di darwinismo sociale), dando così una patente di scientificità alla superiorità di alcuni individui sugli altri. E’ l’epoca in cui nasce il razzismo vero e proprio, sostenuto con basi pseudo scientifiche, cosa fino ad allora sconosciuta nella storia (nel 1853 De Gobineau pubblica il suo famoso saggio Sull’inuguaglianza delle razze umane, che già dal titolo è tutto un programma).
Famosa la frase del marchese D’Azeglio: “Abbiamo fatto l’Italia; ora dobbiamo fare gli italiani”. In realtà gli italiani già c’erano: avevano un’unità secolare che, se non era politica, era spirituale, morale e civile. Ora bisognava “farli” secondo l’ideologia di chi era al potere, cioè trasformarli in qualcos’altro.
Per costruire questa nuova Italia e questo nuovo italiano bisognava togliere di mezzo tutto ciò che poteva opporre resistenza. Prima fra tutte la Chiesa cattolica, che andava o eliminata o riformata (è noto l’appoggio che i protestanti inglesi diedero al nostro Risorgimento: il capo degli evangelici inglesi Lord Shaftesbury definiva Roma come “una metropoli isterilita nei secoli, corrotta e tirannica… incarnazione della crudeltà, del dispotismo, dell’ignoranza, della falsità”; il 20 settembre del 1870, giorno dell’ingresso in Roma da Porta Pia, subito appresso ai bersaglieri arrivarono uomini carichi di bibbie protestanti, il primo dei quali aveva chiamato Pio IX il grosso cane che tirava il suo carretto. Il mondo protestante vide la conquista di Roma come la possibilità di infliggere un colpo mortale al cattolicesimo).
Lo slogan dei liberali al potere fu quello coniato da Cavour: “Libera Chiesa in libero Stato”: si trattava cioè, almeno formalmente, di due società libere e parallele, ma di fatto non c’era parità; era lo Stato che assoggettava la società religiosa a quella civile. In questo modo la Chiesa, tendenzialmente universalistica, veniva collocata all’interno dello Stato e da esso dipendeva (tant’è vero che Cavour confiscò beni ecclesiastici, sciolse ordini religiosi, pretese d’influire sull’attività di vescovi, cardinali e preti). Nel 1866 in tutto il territorio italiano vennero requisiti i beni delle congregazioni e degli ordini religiosi. L’anno seguente, il nuovo Stato arrivò perfino a requisire i beni dell’istituto di Propaganda Fide (quello che sosteneva le missioni in tutto il mondo).
Lo scontro si fece ancor più duro quando lo Stato italiano rivelò chiaramente la volontà di impossessarsi di Roma, per farne la capitale del Regno. La “Terza Roma”, quella liberale della scienza e del progresso, avrebbe riportato la gloria della “Prima Roma”, quella pagana, cancellando la “vergogna” costituita dalla Roma cristiana e papalina (epoca considerata di oscurantismo e di regresso; ancora nel 1873 il Bollettino della Massoneria definiva “stolto e cieco chi non vedeva e non sentiva la terribile e peculiare missione della razza italiana esser di liberar le nazioni dal giogo di Roma cattolica”).
Per fare questo si trattava di togliere al Papa lo Stato Pontificio. Era un grosso problema, che aveva un rilievo internazionale, essendo il Papa un’autorità di livello mondiale. Finchè ci fu Napoleone III a proteggere Pio IX, questo non fu possibile. Ma dopo la sconfitta dell’imperatore francese a Sedan (1870) non ci furono più ostacoli alla presa di Roma (tra l’altro, come si è detto, appoggiata dagli inglesi). Contro lo Stato Pontificio non ci fu nemmeno una formale dichiarazione di guerra. Fu un’invasione che pose fine ad una realtà che aveva più di mille anni di storia.
All’indomani della presa di Roma, Pio IX si dichiarò prigioniero dello Stato italiano (non aveva infatti più un pezzo di terra dove considerarsi libero e indipendente), scomunicò e non riconobbe la legittimità del Regno d’Italia. Per uscire dall’imbarazzo internazionale creato da questa vicenda, lo Stato promulgò il 15 maggio 1871 la “Legge delle Guarentigie” (cioè delle garanzie) che, come risarcimento della conquista dello Stato Pontificio, concedeva alcuni territori e palazzi romani al Papa, anche per garantire la sicurezza e la libertà della Chiesa. Pio IX non accettò una legge imposta unilateralmente dallo Stato. E il problema rimase (lo scioglierà solo Mussolini nel 1929 col famoso Concordato).
Negli anni successivi (specie con Depretis e Crispi) il contrasto tra cattolici e liberali si aggravò: vi furono violenze, processi, condanne all’esilio di vescovi e religiosi, discriminazioni nelle carriere pubbliche per chi era cattolico, ostacoli e restrizioni alle cerimonie religiose, limitazioni della libertà di stampa e di opinione (274 sequestri di giornali cattolici).
Pio IX, all’indomani della breccia di Porta Pia, emise il famoso NON EXPEDIT, cioè un documento col quale diceva ai cattolici italiani che “non era conveniente” collaborare col nuovo Stato. E così per decenni i cattolici italiani non parteciparono alle competizioni elettorali e non entrarono ufficialmente, con un loro partito, in politica.
La Rerum Novarum di Leone XIII (1891) inaugurò successivamente una nuova tendenza, in quanto incoraggiò ufficialmente la presenza politica e sociale dei cattolici.
VERGA E ZOLA
Tratti comuni
1- l’ideologia positivista come base e riferimento;
2- metodo scientifico-sperimentale applicato alla narrativa (il groviglio delle passioni, secondo Verga, è un “fenomeno psicologico… che l’analisi moderna si studia di seguire con scrupolo scientifico”);
3- determinismo meccanicistico (il romanziere sperimentale, secondo Zola, mostra “il meccanismo dei fenomeni di cui la scienza è padrona”; secondo Verga, esprime “il legame oscuro, necessario della passioni… il legame oscuro tra cause ed effetti”);
4- realismo materialistico (l’uomo è, darwinianamente, solo un animale evoluto che “lotta per l’esistenza”); tutto l’uomo si spiega dunque secondo i criteri dell’ereditarietà e dell’influsso dell’ambiente;
5- opzione per i ceti più umili, succubi di reazioni psicologiche elementari, che il narratore tratta come un “documento umano” (Verga) da porre più facilmente sul tavolo anatomico per studiarlo nel modo più oggettivo e impassibile.
1- Zola studia, con un’analisi “spietata”, un uomo “fisiologico” nelle sue patologie. Verga guarda invece con uno sguardo carico di “pietà” un uomo “economico”, teso a fare “roba”;
2- Zola applica rigorosamente la tecnica dell’impersonalità; Verga anche, ma raggiunge i livelli più alti proprio per la sua personalità;
3- Zola è ottimista (noi lavoriamo “per la potenza e la felicità dell’uomo, rendendolo a poco a poco padrone della natura”; vive a Parigi, dove nel 1889 viene inaugurata
4- Zola è progressista in politica e socialista (crede nella possibilità di costruire una società migliore nel futuro); Verga è conservatore (il suo “ideale dell’ostrica” esprime proprio l’avversione verso i cambiamenti e i salti in avanti; il cammino fatale del progresso è grandioso nel suo risultato d’insieme, visto da lontano, ma, visto da vicino, è solo una “fiumana” spietata che travolge i più deboli);
5- Zola sceglie la sua città, l’industria e la classe operaia; Verga la campagna, l’agricoltura, i contadini e i pescatori);
6- Zola studia l’intera nazione francese, unita a livello linguistico; Verga sceglie il Meridione e utilizza una lingua che è una sorta di “impasto”: lessico italiano e sintassi siciliana).
I PROMESSI SPOSI
Realismo cristiano
Vero storico e vero poetico
Pessimismo sulla natura, ma ottimismo per grazia
Fede viva, che incide nella vita grazie a figure autorevoli come Padre Cristoforo
Struttura del romanzo a “curva comica”
Ruolo positivo della Provvidenza
Il viaggio di Renzo e Lucia ha un senso e un “sugo” (il male è perdonato, i guai sono raddolciti dalla fiducia in Dio)
Padre Cristoforo aiuta Renzo e Lucia
I MALAVOGLIA
Realismo materialistico
Verismo (romanzo sociale)
Radicale pessimismo
Della fede restano solo i riti e la superstizione popolare
Struttura del romanzo a “curva tragica”
Il viaggio del giovane ‘Ntoni è sterile, non ha senso: se ne va via solo come un cane
Don Giammaria, il sacerdote, non aiuta i Malavoglia. L’usuraio del paese si chiama Zio Crocifisso
I MALAVOGLIA
Sistema dei personaggi
FAMIGLIA MALAVOGLIA
Padron ‘Ntoni nonno e capofamiglia
Compare Bastiano (Bastianazzo) muore con il carico di lupini, sulla Provvidenza
Comare Maruzza (
‘Ntoni figlio primogenito di Bastianazzo
Mena (Sant’Agata) rimane zitella a custodire i figli di Nunziata e Alessi
Luca muore nella battaglia navale di Lissa
Lia scappa dal paese e va in città a fare la prostituta
Alessi sposa
I PAESANI
Compare Alfio Mosca carrettiere, innamorato di Mena
Nunziata vicina di casa e amica di Mena. Sposa Alessi
La cugina Anna vicina di casa e amica dei Malavoglia
Rocco Spatu figlio della cugina Anna, disoccupato e perdigiorno
Zio Crocifisso proprietario e usuraio. Pur senza figurare, è lui che ha prestato i soldi ai Malavoglia
Menico della Locca un povero sciocco
Mastro Turi (Zuppiddu)
Comare Venera (Zuppidda) moglie di Mastro Turi
Barbara loro figlia. Si interessa a’Ntoni, ma la relazione va a finire male
Compare Tino (Piedipaper) fa finta di aver rilevato il debito dei Malavoglia da Zio Crocifisso
Comare Grazia (Piedipapera) moglie di Compare Tino
Padron Fortunato Cipolla benestante del paese
Brasi Cipolla suo figlio. Fidanzato di Mena. Poi il matrimonio non si fa
Don Giammaria sacerdote di Aci Trezza
Don Silvestro segretario comunale
Vanni Pizzuto Barbiere. Vende merce di contrabbando, quindi ha contatti con la malavita
Don Franco speziale (farmacista)
Santa (
Don Michele brigadiere. Ha una relazione con
Pareva una donna per bene, madre di due figli (di11 e 14 anni) e tutrice di una piccola nipotina. In realtà era una sorta di strega, immischiata in riti satanici, creazione di fatture e sortilegi e tutte quelle altre allegre amenità che sono tipiche dei fissati di questo genere di cose. Il brutto è che nei suddetti riti satanici coinvolgeva i figli (dei quali individui sconosciuti, nel corso dei loro sabba infernali, abusavano volentieri) ed era arrivata perfino a vendere la nipote come promessa sposa. Una pazza, pericolosa e inquietante, che è finita dietro le sbarre. La notizia è della scorsa settimana. I fatti sono avvenuti in provincia di Foggia.
Tremate, le streghe son tornate? Diciamo che ci sono state sempre. Un tempo le mandavano al rogo. Oggi le sbattiamo in galera. Siamo diventati indubbiamente più civili in fatto di delitti e pene. Oggi, per esempio, condanniamo all'ergastolo i terroristi che attentano allo Stato. Federico II (l'illuminato imperatore-intellettuale medievale, che piace tanto agli avversari della Chiesa dei Papi) li metteva dentro una cappa di piombo e poi faceva liquefare il tutto a fuoco lento.
Barbarie medievali a parte, la sostanza resta.
E la sostanza è precisamente questa: chi si mette in testa di fare la strega e chi si coinvolge in sette sataniche, con le loro messe nere e i loro sabba, è un soggetto pericoloso, che presto o tardi commette qualche idiozia, anzi, qualche crimine. I fatti di cronaca ce l'hanno insegnato: si chiamino bestie o bambini di Satana, abbiano l'aspetto di adolescenti (Erika e Omar) o di madri perbene, queste persone, nel nome della stregoneria, nel nome del diavolo (nel quale mostrano evidentemente di credere) si rendono protagonisti di reati contro le persone, le cose, la società. E come tali, quando le scopriamo, le espelliamo dal consorzio civile, come pericolosi criminali.
Siamo tornati alla caccia alle streghe?
I fatti del nostro oggi dovrebbero, secondo me, aiutarci a considerare meglio il nostro ieri. Nell'immaginario comune la caccia alle streghe è una spietata persecuzione medievale, operata dall'inquisizione cattolica contro povera gente (specialmente donne) inoffensiva e innocente, caricata di tutte le responsabilità di mali che non si potevano spiegare con le conoscenze dell'epoca.
A parte le gravi imprecisioni storiche (la caccia alle streghe che fanno il sabba con il diavolo è fenomeno che parte nella seconda metà del Quattrocento e conosce la sua punta massima a cavallo tra Cinquecento e Seicento, quindi in epoca molto distante dal Medioevo, in un'area geografica a maggioranza protestante - nord Europa - e molto spesso ad opera di tribunali cittadini, quindi laici, non ecclesiastici), non c'è niente che ci autorizzi ad escludere che molti processi si siano fatti in presenza di veri e propri crimini contro l'umanità, esattamente come quelli che facciamo oggi.
Certo, è indiscutibile che la superstizione, il fanatismo religioso e l'ignoranza abbiano pesato enormemente (basti pensare a quello che ci racconta Manzoni a proposito del processo milanese agli untori), ma è anche del tutto legittimo ritenere che non tutto sia dipeso solo da quello. Se le streghe e gli stregoni sono pericolosi oggi, non si vede perché non debbano non esserlo stato in quelle lontane epoche. Quando, tra l'altro, a differenza di oggi, in mancanza di appropriate conoscenze scientifiche, si dava molto più credito alla magia e quindi si poteva essere più convinti di realizzare dei malefici attraverso pratiche esoteriche e diaboliche.
Nello studio scientifico del prof. Andrea Del Col (L'inquisizione in Italia dal XII al XXI secolo, Oscar Mondadori) leggo che nel Formicarius del domenicano Johannes Nider, scritto tra il 1436 e il 1438, si parla di streghe e stregoni che, simili più a lupi che a uomini, mangiavano i bambini; alcuni di essi avevano cucinato e divorato i propri figli e il gruppo avevano invocato il demonio. Trent'anni più tardi, nel 1466,17 fraticelli francescani vengono processati per essere andati al "barilotto", cioè al sabba; uno di loro, sotto tortura, dice che tra i neonati ne scelgono uno per il sacrificio, preparano un fuoco attorno al quale stanno in cerchio, si passano il neonato di mano in mano finchè è completamente disidratato, poi riducono il corpo in polvere.
Si parla, insomma, di crimini orrendi, commessi in momenti di esaltazione orgiastica, nell'ambito di strane cerimonie diaboliche, che vedono dei bambini (addirittura figli) come vittime designate. C'è veramente molta differenza rispetto al caso della madre-strega dal quale siamo partiti? I nostri antenati erano solo animati dal gusto sadico della persecuzione di innocenti, oppure si trovavano a fronteggiare dei veri e propri abomini, che punivano secondo il codice dell'epoca?
Domande più che legittime, se pensiamo a quanto accade oggi. E che forse ci possono aiutare ad uscire dai luoghi comuni e ad essere un poco più attenti nei nostri giudizi.